Oltre la strada, il conosciuto, l’immaginato. Aldilà del sogno. Oltre gli occhi, la bocca e i pensieri, la carne e il cuore, il colore e i ricordi, il respiro e la forma. Oltre il fuggire del tempo, la verità, il rincorrere, il costruire e il demolire. Oltre il confine, il vento e la terra, il già detto, gli sconosciuti e i conosciuti orizzonti. Oltre il vissuto, il vento e il già visto, oltre ogni regola, teorema e geometria. Grazie Antonella
Riposa in pace amore mio
lunedì 10 maggio 2021
domenica 12 aprile 2015
i ricordi
Sviliscono
l'orrore,
attenuano
il dolore,
esaltano
l'amore.
Conforto
di chi è
al
tramonto della vita,
delle
madri
lontane
dalla prole,
dei
figli
delusi
del proprio presente.
Inteneriscono
il cuore
di
chi si ama da tempo
e
grazie a loro non invecchia mai.
lunedì 30 marzo 2015
Vorrei
Vorrei
illuminare
la
tua mente stanca,
consolare
la
tua anima mesta,
prendere
i
tuoi pensieri tristi
e
portarli
lontano
da ogni memoria.
Immergiti
nel
mare immenso del mio amore
e
fatti cullare
fino
al completo oblio.
La
vita è dolce ed amara,
lo
sai:
viviamola
insieme,
abbracciati
fino alla fine
domenica 29 marzo 2015
Ho salvato solo la storia, non mio figlio
E'
molto schiva con tutti. Ormai in pensione da alcuni anni, si reca al
bar tutte le mattine a fare colazione prestissimo, proprio per
incontrare meno gente possibile, non amando fare amèna conversazione
su argomenti di nessuna importanza, tipica delle persone superficiali
che non hanno niente da dire.
Con
gli occhi intelligenti di chi ha scrutato tutto per tutta la vita,
osserva i passanti che spesso indifferenti non la degnano neanche di
uno sguardo
che
noti l'estrema tristezza di quella donna, una delle più importanti
archeologhe viventi in Italia.
Eppure
lei avrebbe potuto vantarsi di aver contribuito, con i suoi studi ed
il suo operato, a salvare gran parte della storia antica dell'Italia
e del mondo.
A
pochi è consentito di rimanere a bocca aperta quando , dimostrando
una cultura enciclopedica, illustra le meraviglie dell'antichità di
tutto il mondo che lei ha contribuito a far venire alla luce. E
mentre parla, i suoi occhi si illuminano per un attimo per poi subito
dopo sprofondare nella tristezza di sempre. Aveva contribuito con
l'impegno di tutta una vita a salvare la storia, ma non era riuscita
,anche se con un impegno di gran lunga maggiore , a salvare suo
figlio !
Dopo
il matrimonio con un professore universitario aveva desiderato
ardentemente un figlio, ma non essendoci riuscita aveva pensato di
adottarlo, nonostante il parere contrario del marito.
Le
avevano segnalato il caso di un bambino di cinque anni , già
rifiutato da due famiglie, che aveva assistito insieme alla sorella
maggiore alla morte dei genitori naturali per overdose. Un caso
difficile, quasi disperato, ma lei sia per il suo grande desiderio di
maternità, sia per la naturale attrazione nei confronti di
situazioni complicate da districare, aveva raccolto la sfida,
nonostante il rifiuto del marito e i tentativi di dissuaderla
dall'adozione da parte delle assistenti sociali.
Svolte
le pratiche per l'adozione, lei si era buttata a capofitto in questa
nuova avventura, la più difficile e la più disperata di tutta la
sua ricca esistenza, per salvare quel bambino, “suo figlio”, dal
baratro di quel destino , purtroppo già segnato dalla morte dei
genitori. Un figlio che non voleva essere adottato da nessuno, men
che meno da lei!
Il
contributo del marito all'educazione di quel bambino difficile si era
limitato all'insegnamento del greco antico, che aveva imparato a
parlare con estrema facilità, mentre al contrario non riusciva né a
scrivere né a parlare correttamente l'italiano. Dopo pochi anni,
rendendosi conto delle difficoltà a rapportarsi con un figlio
difficile che contestava tutti e tutto e, purtroppo, anch'egli
vittima della droga (che la sorella stessa ahimè gli forniva), egli
aveva pensato bene di abbandonare al loro destino moglie e figlio
per ritornare a vivere nella sua vecchia casa con la madre e la
sorella, tipico di chi in realtà seppur a tarda età si rifiuta
ancora di crescere.
Ma
lei non si voleva arrendere per nessun motivo, peregrinando da un
neuropsichiatra all'altro perchè voleva salvare suo figlio ad ogni
costo, anche se tutti riconoscevano l'inutilità di qualsiasi
tentativo.
Poi,
un giorno, la resa di entrambi. Lo avevano trovato morto,
completamente solo, anche lui per overdose, lo stesso tragico destino
dei suoi genitori naturali. E alla vista di quel giovane corpo
esanime, freddo, anche lei ha smesso di lottare per sopravvivere,
nonostante abbia eroicamente combattuto e vinto finanche il cancro
negli anni precedenti.
Seduta
sola al bar alle prime ore del mattino, con lo sguardo perso nel
vuoto,ora sembra solo attendere che la “Signora della Morte”
venga finalmente a prenderla per accompagnarla , chissà dove, dal
suo amato bambino.
sabato 28 marzo 2015
La pescatrice di sogni
Nelle
società antiche gli anziani con la loro esperienza e saggezza
rappresentavano un riferimento fondamentale . Le decisioni
importanti venivano prese dai collegi degli anziani e non si poteva
prescindere dal loro parere.
Con
il tempo i vecchi sono divenuti “antichi”, antiquati, da
combattere, da emarginare, misconoscendo tutto il loro bagaglio
culturale e la saggezza di vivere, un contributo importante e
insostituibile.
Passeggiando
sulla riva di un lago la mattina molto presto, si può scorgere in
lontananza una figura possente con indosso un grembiulone di plastica
bianca su un barcone mentre issa le reti da pesca. Impossibile da
lontano capire se si tratti di un uomo o una donna , giovane o
anziano. Finito di issare le reti, la barca viene diretta alla riva,
attraccata al molo. Da essa con un passo sicuro scende una donna.
Ha
più di ottant'anni, capelli d'argento, occhi vivaci e intelligenti,
bei lineamenti del viso, un corpo possente.
Da
sessant'anni si alza alle due di notte per andare a pescare nel lago,
fino a dieci anni prima con suo marito che le ha insegnato il
mestiere subito dopo il matrimonio, poi, a causa di una grave
malattia che lo ha condannato a letto, da sola, ultimamente aiutata a
volte dal figlio e dal nipote.
E
pare che ogni volta che getta le reti nel lago voglia pescare non
solo pesci, ma anche i suoi sogni di ragazza dispersi nell'acqua, di
una vita senz'altro più agiata e serena di quella che in realtà ha
condotto e che soprattutto conduce, dal momento che, finita la
pesca quotidiana e consegnato il pesce in pescheria, torna a casa
per accudire il marito gravemente ammalato.
Non
si lamenta mai, anzi riesce finanche a trovare il lato tragicomico
della sua situazione personale scherzando con il figlio ed il nipote
quando la accompagnano a pescare di notte.
La
pescatrice riprende a sognare quando, fissandole da un balcone, butta
giù le reti da riparare. Con mani veloci ed esperte passa il filo
che chiude le maglie strappate da chissà quale pesce che abbia
tentato la fuga, ma è come se lei cucendo voglia racchiudere in un
mondo segreto tutti i bei ricordi della sua vita passata, in cui con
suo marito si godeva il paesaggio notturno di quel lago stupendo e al
chiarore della luna pescava i suoi pesci e i suoi sogni di ragazza
prima e di giovane mamma poi.
Sa
bene di essere l'ultima donna pescatrice di quel lago, ma non si
vanta mai di questo. Se necessario per mandare avanti la famiglia,
dice a se stessa prima che agli altri, si deve fare questo ed altro
senza lamentarsi mai, perchè lamentarsi è solo una perdita di tempo
e non serve a risolvere i veri problemi della vita che va avanti,
corre anzi, e dopo non c'è più tempo utile per correre ai ripari.
Perle di saggezza!
Già,
cara pescatrice, si perde troppo tempo a lamentarsi nella vita, non
considerando mai che ci sono situazioni più tristi , misere e
complicate delle nostre, vissute però con maggiore discrezione e
grande dignità come la tua.
Oltre
alla pesca di lago, mi hai insegnato a vivere le mie difficoltà con
coraggio e dignità e ad apprezzare le piccole cose della vita
quotidiana . Grazie!
Com'è difficile
Com'è
difficile
accettare
sé stessi,
lasciarsi
attraversare
dal
proprio fango,
dalle
proprie brutture
e
non giudicarsi.
Com'è
difficile
cessar
di dare
la
colpa agli altri
del
proprio dolore
e
continuare a vivere
nonostante
tutto!
Una vita senza suoni, senza voci
Esce
tutte le mattine dalla casa che lo ospita insieme ad altri sfortunati
come lui.
Inconfondibile
il suo abbigliamento stravagante: un enorme berretto con la visiera
calata fin quasi sopra il naso, camicia di pizzo bianca, pantaloni
rossi attillati e scarpe nere con il tacco alto . Lineamenti
grotteschi, sembra uscito da un libro di favole. Di lui si dicono
cose tremende, che sia stato un violento, forse finanche un
assassino. La gente del posto non tollera la sua omosessualità e lui
non può raccontare nulla di sé, né difendersi in alcun
modo,essendo sordomuto fin dalla nascita.
A
peggiorar le cose un orribile scherzo della natura, un
meningoencefalocele enorme sulla fronte grande quanto un'arancia che
lui tiene gelosamente nascosto con quell'enorme cappello sempre
calato sul naso.
Ferma
i passanti per strada chiedendo qualche moneta per un caffè o le
sigarette
emettendo
suoni gutturali di varia tonalità. E quando riceve l'agognata
moneta, la sua grottesca faccia si allarga in un enorme sorriso in
cui compare un dente solo nell'arcata inferiore, accompagnato da un
urlo di soddisfazione.
Ma
sono pochissime le persone che non lo evitano, la sua bruttezza, la
sua omosessualità, il suo sordomutismo danno fastidio, sono quasi un
insulto per la piccola società che lo circonda.
E
quando la mattina presto si sveglia e si affaccia dal balcone della
stanza in cui vive quasi tutta la giornata, se riconosce uno dei suoi
rari benefattori per strada, si sbraccia e urla per salutarli con un
grande sorriso mettendo bene in mostra il suo unico dente, quasi a
voler significare che non li saluta solo quando ha bisogno di soldi
per il caffè o le sigarette.
Se
inoltre incontra qualcuno in difficoltà si ferma e facendosi capire
chiaramente con la sua tragicomica gestualità, cerca di capirne il
motivo e offre il suo aiuto o tenta di consolare a modo suo
l'interlocutore con delle delicate pacche sulle spalle o prendendogli
il viso con le sue mani deformate dall'artrosi.
Ma
lui non è stato mai consolato quando si nascondeva per non essere
visto con quel bozzo sulla fronte, né è stato mai difeso per il suo
sordomutismo e la sua omosessualità. Tutta la sua vita si è dovuto
nascondere, vivere chiuso in una stanza per non offendere la
sensibilità e lo sguardo dei benpensanti, per i quali le persone
come lui non dovrebbero neanche esistere o sarebbe meglio farle
sparire.
In
una sorta di nazismo moderno, più delicatamente ridefinito
darwinismo sociale in cui non si usano più le camere a gas per
eliminare chi contamina la purezza della società moderna ma
l'indifferenza e l'incuria, i diversi e gli inutili della società ,
non produttivi,devono assolutamente sparire. Quale sistema migliore
per liberarsi di questi soggetti indesiderati, allontanarli,
dimenticarli, non prendersene affatto cura in alcun modo al punto di
far loro desiderare la morte?
E
allora quanto maggior valore acquista nel povero sordomuto dall'unico
dente
quella
delicata pacca sulla spalla e la grossolana carezza sul viso di chi a
suoi occhi sta soffrendo, anche se certamente meno di lui !
Appestati
Poche
persone volevano varcare la soglia di quel cancello. Nonostante sia
migliorata l'informazione , l'AIDS fa ancora paura, molti temono di
contagiarsi respirando la stessa aria o semplicemente toccando la
pelle o gli indumenti di chi per sua sfortuna ne è affetto.
Oltre
quel cancello vi era una casa famiglia per malati di AIDS in fase
conclamata, cioè quelli condannati a morte due volte, dalla malattia
e dalla società che non li vuole neanche vedere, gli appestati
della società moderna.
Senza
neanche riconoscergli più neanche la dignità di persone , sono solo
omosessuali, tossicodipendenti, prostitute che in fondo se la sono
cercata, senza neanche dare loro il beneficio del dubbio che alcuni
anni fa né la malattia né le modalità del contagio fossero
conosciute così bene come adesso per poter prendere le dovute
precauzioni ,pur volendo mantenere lo stesso stile di vita.
Solo
l'amore e la dedizione di alcune suore, di un ex-terrorista in regime
di semilibertà e di pochi ma tenaci volontari riuscivano a
prolungare la vita interiore e fisica di quei ragazzi (sì, proprio
ragazzi) che piano piano si stavano spegnendo lentamente come esili
candele.
La
loro giornata era scandita dalle visite in ospedale e dalle terapie.
Le fleboclisi rappresentavano l'aspetto più doloroso, vista la
difficoltà sempre maggiore di trovare vene idonee, quasi tutte erano
infatti trombizzate o infiammate, quindi inutilizzabili. E non sempre
la sofferenza fisica veniva accettata in silenzio e dignitosamente. A
volte, per alcuni sempre più spesso con l'avanzare della malattia,
crisi di rabbia e di disperazione erano un appuntamento fisso nella
giornata, seguite poi da un silenzio tombale.
In
questa atmosfera di morte colpiva l'atteggiamento sereno e affettuoso
di uno degli ospiti che si avvicinava e con dolcezza e triste
serenità consolava il disperato di turno. Eppure anche lui sapeva di
avere i giorni contati, ma aveva deciso di affrontare la sua fine con
una calma e una saggezza tipica delle persone anziane, a volte anche
con un sottile velo di ironia.
Eppure
la sua vita precedente non era stata certo tranquilla. Fin da
ragazzino si era reso conto della sua omosessualità, naturalmente
osteggiata dalla sua famiglia. Per tale motivo era fuggito di casa e
per vivere aveva incominciato a prostituirsi. La sua bellezza alla
David Bowie aveva fatto innamorare parecchi uomini di lui che gli
avevano regalato una bella vita, permettendogli di realizzare il suo
sogno di fare il costumista teatrale, lavoro per il quale era molto
stimato, ma anche quello di procurarsi facilmente eroina e cocaina
per sballarsi nei momenti di noia e di solitudine. Un giorno , nel
pieno della sua attività, una brutta polmonite lo fa finire in
ospedale dove gli comunicano la terribile diagnosi: AIDS in fase
conclamata.
Quando
raccontava la sua vita non c'era rimpianto né disperazione, era come
se stesse parlando di un'altra persona. Si trasformava durante il
periodo di carnevale, entusiasmandosi nel confezionare con le sue
mani esperte dei bellissimi costumi per tutti, ospiti e volontari,
persino le suore.
Aveva
una parola buona per chiunque e incantava gli stessi volontari con la
sua incredibile saggezza e ironia sulla vita , su sé stesso e la sua
malattia, tant'è che in molti lo cercavano per chiacchierare con lui
e persino confidargli i loro problemi di persone normali.
Quando
è morto, sereno persino negli ultimi momenti della sua esistenza,
tutti lo hanno pianto come un fratello, un grande amico, un esempio
per chiunque lo abbia conosciuto. Per loro lui non è stato affatto
solo un appestato.
venerdì 27 marzo 2015
Uscire dentro, entrare fuori
Piano
piano prendo coscienza del mio stato: sono legata a letto dalle
solite fasce di contenzione, da poco hanno finito di farmi
l'elettrochoc, sono tutta sudata, ho un terribile mal di testa e mi
sono fatta tutto addosso, neanche mi hanno pulita.
Sono
solo un caso clinico su cui sperimentare ancora l'efficacia di un
trattamento prima obsoleto, ora ripristinato per i casi più
gravi.Non sono più un essere umano, non ho più identità, men che
meno dignità; finito il trattamento non conto più nulla.
Tanto
vale che mi liberi di queste “amorevoli” cure fingendo di essere
completamente guarita. Medici, infermieri parlano, parlano, ma di me,
di chi sono veramente e che cosa voglio non hanno capito proprio
nulla.
Luminari
che si riempiono la bocca di termini difficili per sembrare
importanti
agli
occhi dei pazienti e degli ingenui parenti, pronti a dilapidare
fortune pur di farti guarire o al contrario “sparire” . Perchè
la malattia mentale ancora spaventa e non si vuol vedere, neanche
conoscere, per curarla davvero.
E
quando pensano che sei fuori di testa, magari solo disperato o
arrabbiato per come vieni trattato, ti schiaffano un ago in vena per
“abbatterti” con un neurolettico, senza neanche farti parlare o
spiegare.
E
se pensano che sei pericoloso per te stesso o per gli altri ti
imprigionano in un reparto psichiatrico con tanto di sbarre alle
finestre, tanto per chiarirti che solo con la reclusione e il sonno
puoi guarire. In realtà è la società che ti nasconde perchè non
ti vuole vedere, non vuole vedere come ti ha ridotto con la sua
indifferenza e la sua crudeltà.
Sei
un rifiuto, incominciando dalla tua famiglia, da chi ti ha generato,
perchè non voleva figli o non voleva un maschio o una femmina, o
l'ennesimo scomodo figlio da sfamare e da accudire.E incominci a
sentirti diverso, ma solo perchè non amato e accettato. E allora che
fai? Diventi il migliore studiando tutto lo scibile umano per
raggiungere le mète più ambite, oppure il peggiore, un somaro a
scuola, un disadattato nella vita solo per attrarre l'attenzione, in
un patetico tentativo di ricevere l'amore che purtroppo nessuno ti
da.
Provi
anche a divorare di tutto, o a non mangiare per giorni e giorni, fino
a rischiare la vita, per la fame insaziabile, lacerante di amore.
Ma
diventi solo un problema, uno scomodo problema, senza più soluzione
per cui vai tolto letteralmente di mezzo con la reclusione
psichiatrica.
Ma
anche da ricoverato dai fastidio, meglio farti dormire, nutrirti con
le fleboclisi (neanche tante, altrimenti aumentano i costi), e se
tenti di fuggire da quell'incubo ti legano a letto. Magari se se lo
ricordano ti mettono anche un pannolone per non dover cambiare troppo
spesso le lenzuola, e se sei sveglio si dimenticano pure di darti da
bere e da mangiare.Perchè sei un malato di mente, non conti più
nulla, sei solo un problema per tutti, in un modo o nell'altro devi
soltanto sparire, magari per sempre.
E
allora dentro di te avviene la fuga da tutto, dal mondo che non ti
ama, che non ti ha mai voluto perchè sei diverso, “un invalido di
cervello”, la fuga dalla vita stessa, che ti ha tolto tutto,
finanche la gioia di viverla.E precipiti inesorabilmente nel tuo buco
nero dal quale non vuoi uscire più.
E
questi saccenti signori in camice bianco che circondano il letto sul
quale sono stata “legata” per proteggermi (non ho mai capito da
chi e da cosa, forse da loro?) , mi dichiarano finalmente guarita
grazie alle loro “amorevoli” cure, senza aver capito proprio
nulla di me!
La percezione del dolore
Come
viene percepito il dolore fisico e morale da se stessi e dagli altri?
Ognuno
di noi ha una propria soglia del dolore. Ci sono gli stoici che
sopportano perfettamente qualsiasi dolore fisico, altri addirittura
svengono alla minima stimolazione dolorosa. Persone ipersensibili
soffrono incredibilmente per qualsiasi situazione di disagio, altri
sopportano eroicamente qualsiasi sventura capiti nella loro vita.
Spesso
tra persone che affrontano in maniera diversa un dolore fisico o
morale si erge un invisibile muro di incomprensione e
incompatibilità, come una manichea suddivisione tra buoni e cattivi,
sensibili ed insensibili. Ancora non si comprende che il dolore
fisico e interiore sono assolutamente indivisibili e coesistono
sebbene in proporzioni diverse nelle varie circostanze della vita.
Spesso
chi circonda persone che soffrono non si rende affatto conto di ciò,
accusando
di esagerare chi manifesta il proprio dolore fisico per una causa
minima in maniera troppo evidente. Spesso si tratta di subdole
richieste di attenzione e di aiuto che sottendono ad un grave disagio
interiore ed esistenziale.
Al
contrario vi sono persone, provate già molto nella loro vita, che
sopportano stoicamente il proprio dolore fisico, la cui
sottovalutazione può addirittura portare a diagnosi fin troppo
tardive di malattie estremamente gravi.
Le
malattie psicosomatiche offrono una vasta gamma di esempi nei quali
la sofferenza interiore si esprime con malattie a carico di vari
organi ed apparati.
Cefalea
muscolotensiva, gastrite, tachicardia e dolori anginosi, colon
irritabile, ipertensione arteriosa, anoressia e bulimia , asma
bronchiale, neoplasie possono, anche se non sempre , essere
espressione a lungo termine di un disagio psichico più o meno grave
che va comunque individuato e se possibile risolto, per evitare
complicanze irreversibili delle patologie da esso provocate. Ormai è
noto il rapporto causa effetto dello stress sull'abbassamento delle
difese immunitarie, anche se non è corretto attribuire solo allo
stress la causa di qualsiasi malattia.
Per
questo motivo sarebbe necessaria una ottima preparazione psicologica
del personale sanitario per impostare un adeguato rapporto con il
malato che soffre, attualmente molto carente e lasciata spesso
all'iniziativa e alla sensibilità individuale. Come pure sarebbe
obbligatorio introdurre un esame psicoattitudinale prima
dell'ammissione ai corsi universitari di Medicina e Chirurgia , di
Scienze Infermieristiche e similari per verificare se oltre alle
capacità tecniche e la preparazione teorica dei candidati ci sia
anche una predisposizione psicologica all'ascolto e all'aiuto di chi
soffre. Si potrebbero evitare molti errori diagnostici e terapeutici
dovuti alla sottovalutazione o alla sopravalutazione del sintomo
“dolore”, con conseguente vantaggio sia per il malato che per la
spesa sanitaria in generale.
Sarebbe
inoltre auspicabile educare proprio i bambini all'aiuto ed
all'ascolto di chi soffre, creando le basi per un mondo
qualitativamente migliore. Esperienze giovanili di volontariato
all'interno degli ospedali, case-famiglia, mense per i poveri
potrebbero essere una valida alternativa, o per lo meno il valido
completamento di una vita interamente trascorsa solo sui libri, o per
strada, in discoteca, o persa nelle droghe d'abuso.
Un
mondo veramente civile si deve creare necessariamente con
l'educazione dei giovanissimi e non con la repressione, spesso
tardiva e inefficace, delle persone ormai divenute adulte e purtroppo
indifferenti.
giovedì 26 marzo 2015
Animali; malattia e disabilità
Nessuno
può capire fino in fondo la sensibilità e la capacità di aiuto di
un animale nei confronti di un malato o un disabile se non lo ha
vissuto in prima persona e questo non riguarda solo i comuni animali
domestici, cani e gatti.
E
lo scambio vicendevole e continuo di affetto ed attenzioni può
davvero aiutare un malato od un disabile a soffrire in maniera meno
lacerante la propria condizione , anche se disperata.
Iniziando
dal valido aiuto prestato dai cani ai non vedenti, ben presto
psicologi e medici hanno potuto verificare l'incredibile effetto
terapeutico della compagnia di animali su vari tipi di patologie sia
infantili che dell'età adulta.
I
social network arricchiscono la letteratura esistente di esperienze
condotte da persone in difficoltà aiutate in qualsiasi modo da
animali diversi: cani, gatti, cavalli, uccelli, balene, delfini ed
altri.
Tra
l'animale ed il malato si instaura un vero e proprio rapporto
simbiontico: ognuno si prende cura dell'altro e si preoccupa per
l'altro, condividendo finanche il reciproco stato d'animo nelle
situazioni più difficili.
Per
chi ha dimestichezza con gli animali ciò non dovrebbe assolutamente
sorprendere, conoscendo già in condizioni normali la capacità di
sentimenti (oggi confermata anche scientificamente) di questi nostri
amici che non aprrezziamo mai abbastanza.
Attualmente
oltre all'annullamento della restrizione che impediva agli animali
domestici l'ingresso nei locali pubblici, molti alberghi e spiagge
sono state attrezzate per ospitare animali domestici . Inoltre in
alcuni paesi del mondo è permesso l'ingresso dei cani anche negli
ospedali e non solo quelli che accompagnano i non vedenti, sebbene
questi abbiano avuto da sempre l'autorizzazione ( quasi mai
rispettata) di entrare ovunque.
I
benefici della PET-therapy sono stati studiati e confermati:
miglioramento del tono dell'umore e dell'attenzione, stimolo al
movimento ed alla parola, miglioramento della coordinazione motoria e
dell'equilibrio , socializzazione. Ma purtroppo i costi da sostenere
per addestrare un animale a saper interagire in maniera positiva con
un malato o disabile sono ancora eccessivamente elevati, tenendo
conto che le persone da aiutare non sono per la maggior parte dei
casi in grado di lavorare e le pensioni di invalidità, di recente
ulteriormente ridotte, non permettono neanche di provvedere al
sostentamento del solo malato, men che meno dell'amico animale.
Molti
animali vengono maltrattati ed abbandonati al loro tragico destino,
alcuni di questi finiscono reclusi in canili, gattili o soppressi o
mandati al macello come accade ai cavalli. Parecchi sono docili ed
affettuosi, nonostante il trattamento ingiusto subìto proprio
dall'uomo. E non sono poche le esperienze incredibili e commoventi
narrate da chi , in difficoltà, viene aiutato e ripagato
continuamente con immenso amore e dedizione da animali salvati da una
fine atroce, dimostrando in tal senso una capacità di altruismo e
gratitudine spesso superiore, senza retorica, a quella degli esseri
umani. Anzichè condannarli a morte o tenerli reclusi a vita
potrebbero essere dati in affido a malati o disabili con una
riduzione sensibile dei costi per il loro mantenimento ( o
soppressione) e dell'addestramento.
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